Copenaghen

Cinque secoli fa, quando sul trono sedeva il re Cristiano II, Copenhagen era la capitale di un impero scandinavo che comprendeva  Danimarca,  Svezia e  Norvegia e i guerrieri vichinghi imperversavano per i mari. Oggi, che il suo territorio d’influenza è ridotto alla sola Danimarca, sul trono siede una regina gentile e discreta, Margrethe II, che in gioventù, si dice, soffriva il complesso dei suoi 184 centimetri di statura, tanto che a corte era bandita l’espressione “Sua Altezza”. Fino a che ha incontrato un conte francese alto nove centimetri più di lei, Henri Le Borde de Montepaz, diventato in fretta suo marito e principe consorte. Col suo aiuto ha tradotto in danese romanzi di Simone de Beauvoir. La regina di Danimarca non fa sentire il suo peso sul Parlamento. Sono pura formalità i suoi incontri settimanali con i ministri. E se non fosse un obbligo di Stato ci rinuncerebbe volentieri. Al di là dello stretto necessario, non è neanche molto intenta in vanesi rituali mondani. In compenso si occupa di teatro, scenografia, arte e letteratura. Si dedica al disegno e fa quanto può per favorire lo sviluppo delle arti. Anche grazie a lei, dunque, Copenhagen è stata eletta, nel 1996, Capitale Europea della Cultura.Con non più di un milione e 300 mila abitanti, Copenhagen, per citare il più noto scrittore danese contemporaneo, Peter Hoeg, “affiora gradualmente dalla campagna circostante. Le sue dimensioni la rendono facile come una piccola cittadina, ma senza negarle l’importanza culturale di una metropoli”. Città a misura d’uomo, insomma, specie da primavera a autunno, quando il gelo invernale si scioglie sotto un sole appena tiepido e i cittadini abbandonano i rifugi domestici per riversarsi nelle strade fino a notte fonda.
Così, brulicante di vita, la trovò Hans Christian Andersen, quando vi approdò 14enne una mattina di settembre del 1879: “Il rumore e il movimento rispettavano l’idea che mi ero fatto di quella che allora, per me, era la più grande delle città”. A quell’epoca, ogni notte, le porte della città venivano sprangate e il re in persona custodiva le chiavi fino all’alba. Oggi questo rituale non è più in voga, ma la città vecchia di Copenhagen non è granché diversa da quella che trovò l’Andersen adolescente, che qui scrisse una buona parte delle sue celeberrime fiabe, compresa “La sirenetta”, figlia del re del mare innamorata di un principe terrestre. Lo scultore Edvard Eriksen ha dato una forma bronzea al malinconico personaggio che, piazzata su una roccia a contemplare l’orizzonte, è diventata il simbolo stesso di Copenhagen. Negli anni in Andersen scopriva la sua vena di scrittore favolistico, un altro tipo complicato cominciava ad aggirarsi per quelle strade. “Splendida, splendida Copenhagen, dolce regina del Nord”, scriveva Soren Kierkegaard, filosofo esistenzialista e Don Giovanni in conflitto tra sé e sé, dandy dissoluto, grande seduttore torturato da dubbi religiosi. Contraddizioni che Copenhagen assimila come i suoi bruschi cambi stagionali.
E’ la città delle fiabe e detiene il record di premi Nobel per le scienze. Il suo nome significa “porto dei mercanti” e si è sempre distinta per mecenatismo artistico-culturale. La tolleranza è la cosa che la contraddistingue quanto Nyhavn, tutto case colorate affacciate sul canale dove sono ormeggiate barche di fattura antica. E Christiania, “la città hippy” sorta a inizio anni Settanta, è ancora lì, coi suoi murales ormai sbiaditi, la sua umanità ormai rada, i suoi nuovi mercatini e localetti, probabile annuncio di un’imminente speculazione per renderla quartiere “fighetto”. Ma con discrezione e senza aggressività. Alla danese, cioè.